Home 9 In evidenza 9 Le invenzioni che raccontano storie.

Le invenzioni che raccontano storie.

universo virtuale

Tim Harford, economista e divulgatore britannico, ha elencato in un libro del 2017 Le 50 cose che hanno fatto l’economia moderna.

Il taglio narrativo è più originale del titolo: l’autore non cerca le innovazioni più remunerative – ma anche più ovvie – ma quelle che

osservate da lontano, ci offrono collegamenti impensati.

Lungi dall’essere solo soluzioni, come tessere del domino hanno innescato sequenze di eventi che hanno modellato le nostre vite in modi imprevedibili. Ecco alcune delle loro storie.

Dall’aratro alla disuguaglianza di genere.

L’aratro, ovvero il calcio di inizio di tutto ciò che consideriamo civiltà, comprese le sue frustrazioni.

Dodicimila anni fa, quando si uscì dall’era glaciale, i grandi mammiferi si estinsero rapidamente, e con essi la caccia e il nomadismo dei nostri antenati, che si trasferirono in territori ben irrigati, come le pianure, ma anche circoscritti. Decisero che era più conveniente aiutare le piante a crescere, e fu l’inizio dell’agricoltura.

L’aratro non si limitò a renderla più produttiva, la rese anche prospera, arrivando a sfamare tutti. Ma non gratis.

Intorno ai raccolti, infatti, si svilupparono le prime forme di specializzazione umana – fare il pane, certo, ma anche organizzare i nuclei abitativi per una popolazione divenuta stanziale. Era anche possibile l’accumulo privato di quella ricchezza che i cacciatori nomadi non potevano permettersi, e di qui disuguaglianze, guerre, re e soldati, burocrati e sacerdoti.

Ma non è tutto: la proprietà pose il problema della sua successione, e la certezza della paternità divenne un imperativo.

Non solo nacquero più figli, ma anche la sottomissione e il controllo sessuale della donna.

L’aratro diventa uno strumento di discriminazione anche per il semplice fatto che non poteva essere usato dalle donne, le quali cominciarono a essere relegate in casa a macinare cereali.

Ha funzionato a meraviglia, plasmando una nuova civiltà più complessa, ricca e organizzata. Ma anche misogina e tirannica.

Dall’aria condizionata all’elezione di Ronald Reagan

Se scaldarsi non è un grosso problema da molti millenni, rinfrescarsi lo è stato almeno fino al 1902, quando è nata l’aria condizionata come la conosciamo oggi.

Soluzioni poco scalabili erano già state tentate dall’imperatore romano Eliogabalo, che si faceva portare la neve dalle montagne per accumularla in giardino. Ma non è stata la ricerca del comfort a innescare l’innovazione, bensì la frustrazione del titolare di una tipografia di New York: al cambiare del tasso di umidità dell’aria, la carta si espandeva o contraeva,  costringendolo a stampare  quattro volte per quattro colori.

Fu così che l’ ingegnere incaricato, Willis Carrier, scoprì che serpentine raffreddate da ammoniaca compressa consentivano di mantenere un’umidità costante al 55%.

Inizialmente nessuno pensò di esplorare le applicazioni non industriali dell’aria condizionata, ma lo stesso Carrier ne intuì le potenzialità e molte cose cambiarono: il pubblico la sperimentò per la prima volta nelle sale cinematografiche proprio durante la loro espansione, negli anni Venti, e divenne un’attrazione al pari dei film.

Nacquero i primi centri commerciali, i server dei data center poterono assicurare il funzionamento dei servizi web e le fabbriche produrre chip di silicio.

Tecnologia letteralmente trasformativa, ha segnato un prima e un dopo anche per l’urbanistica, dato che i grattacieli con le facciate in vetro non erano un’opzione prima del suo avvento, e persino per la demografia, con il  trasferimento in massa di pensionati – e dei loro voti – dal Nord al Sud degli Stati Uniti,  dalla Florida alla California (la cosiddetta Cintura del Sole).

Ed è esattamente a questo punto della storia che entra in gioco Ronald Reagan e l’affermazione dello scrittore Steven Johnson, secondo il quale l’aria condizionata lo avrebbe fatto eleggere.

Una componente molto importante dell’elezione di Ronald Reagan nel 1980 fu la compagine di elettori conservatori della Cintura del Sole che, senza l’aria condizionata, non sarebbe esistita.

Dalle ricerche su Google al paradossi del pluralismo.

Nel 1998, digitando sul motore di ricerca Lycos la chiave auto, appariva una pagina di risultati piena di siti pornografici.

Perché mai?

Consapevoli di un’utenza prevalentemente maschile per entrambi gli argomenti, i titolari di quei siti li infarcivano della parola auto, magari scritta in bianco su sfondo bianco.

Larry page e Sergey Brin presero la cosa molto seriamente, e da allora tutto è cambiato. I fondatori di Google trassero spunto dal mondo accademico, nel quale l’autorevolezza di un articolo viene misurata in termini di citazioni da parte di altri articoli, aumentando ulteriormente se anche questi ultimi vengono a loro volta citati.

Dovevano solo trovare il modo di analizzare tutti i link del web, e avrebbero potuto misurare la credibilità di ciascuna pagina pubblicata.

Detto, fatto. E ora se cerchiamo auto, ma anche questioni molto più sofisticate, otteniamo risposte coerenti.

Il problema è che sono troppo coerenti

Per chi dispone di una connessione, il web è apparentemente democratico: accesso universale all’informazione e ai mercati anche per aziende piccolissime, disintermediazione e fine dei cartelli economici. Bello, ma non privo di danni collaterali.

Infatti, gli stessi algoritmi che ci profilano, tenendo conto di preferenze e interessi manifestati in precedenza, possono generare una bolla, che condiziona la nostra capacità critica. Risultato? Troviamo sempre ciò che desideriamo trovare. E se va bene per le cuffie dell’Iphone, succede che

I millennial visualizzano solo contenuti per millennial, e così via per liberali, conservatori, populisti, no vax, terrapiattisti e molto altro.

Mai un dubbio.

E da lì alla radicalizzazione delle idee, il passo è breve.

Domanda speculativa.

Riavvolgendo il nastro della Storia con il senno del poi, reinventereste l’aratro o vi accontentereste di cacciare mammuth?

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